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lunedì

Tutti i bianchi di Syrie




Il minimal che negli anni 30 riempì di nuova luce le dimore dell’alta società.

«Semplifica tutto e dipingilo di bianco».

Il ritornello che ha siglato un capitolo fondamentale
nella decorazione di interni della prima metà del Novecento
ha il copyright di una signora inglese con un debole
per la couture (nei suoi armadi, quanti tailleur firmati Molyneux e Balenciaga!)
e con una passione per mobili candidi con cui architettava
ambienti preferibilmente tersi e luminosi.

In sintesi: moderni.

La signora si chiamava Syrie Barnardo, un primo matrimonio andato a rotoli con l’industriale farmaceutico Henry Wellcome
e un secondo, ugualmente tumultuoso e fallimentare,
con lo scrittore Somerset Maugham, del quale manterrà
il cognome, che l’aveva fatta conoscere alla buona società londinese,
prima, e internazionale, poi.


Ma Syrie non aveva certo bisogno di un marito molto benestante,
né di uno famoso per sentirsi realizzata.

Protofemminista, con un carattere decisamente volitivo e imperioso,
già subito dopo la rottura con Wellcome aveva capito che l’emancipazione
era ciò di cui aveva bisogno;
e un lavoro, ovviamente glamorous, era il traguardo imprescindibile.
Elsie de Wolfe, sua amica-rivale, aveva lanciato dall’America
una professione molto accattivante,
la decorazione d’interni, che ben si adattava alle signore
altoborghesi in cerca di alternative concrete ai tè,
alle canaste e ai gin and tonic scaccianoia.

Così, Syrie era andata diligentemente “a bottega”
in un negozio all’ombra del Big Ben
per imparare restauro e trompe-l’oeil,
nonché per familiarizzare con tendaggi,
mantovane e veneziane.

Poi, nel 1922, all’85 di Baker street
aveva inaugurato il suo negozio, che in seguito
avrebbe contato dei satelliti a New York e a Chicago.

È qui che inizia a farsi conoscere, “rinfrescando”
vecchi mobili vittoriani e provenzali, rivenduti a peso d’oro:
il trattamento, segretissimo marchio di fabbrica,
consisteva nello scartavetrare ogni superficie
per poi ritrattarla con vernici bianche
e uno speciale tocco finale “finto crepato”.

Le piaceva anche il gesso, quello che Oliver Messel,
Serge Roche e Diego Giacometti plasmavano in riccioli rococò,
delfini guizzanti, trofei eccentrici, palmette fronzute,
urne sinuose e che lei utilizzava per consoles,
appliques e complementi d’arredo.

Nel 1927 la high society applaude stupefatta il suo manifesto estetico:
è il salone della sua casa in King’s road, tutto giocato sul bianco,
con tappeti di pecora, divani di velluto, balaustre di ferro,
cassettiere e seggioline di legno, suggestivamente riflessi
in pareti a specchio.




Un’ode al monocromo e alla luce,
un vento di freschezza
che spazzò via le tetraggini tardo vittoriane,
i paludamenti soffocanti, le boiseries vecchio stile.

E non importa se di quel gusto Elsie de Wolfe
fosse già stata pioniera a New York
(si vociferava che Syrie nascondesse i suoi mobili
ogni volta che la “collega” visitava il suo negozio di Londra,
non si sa se per timore che venissero imitati
o perché erano essi stessi delle imitazioni):
sta di fatto che il suo “esperimento” la consacrò
stella di prima grandezza e le aprì le porte delle case (da rifare)
di Noël Coward, di Mona Williams, dei duchi di Windsor, di Babe Paley.



E se Cecil Beaton usò quel salone, ormai iconico,
come location per un servizio fotografico
dove immortalò la bellissima sorella Baba,
Hollywood non si lasciò certo scappare il trend del momento
e chiamò Syrie a collaborare come set designer per due film
di George Cukor: “Pranzo alle otto”, nel 1933, e “Donne”, nel 1939.

Passata alla storia
come la signora degli interni “all white”,
di fatto Syrie ne realizzò solamente uno,
quello che contribuì al suo successo;
già nella sua villa a Le Touquet, in Francia,
il salone virava al beige,
con un intermezzo rosa pallido nelle tende.

La sua abilità fu quella di riuscire a miscelare,
in una stanza, anche dieci sfumature di bianco
e di farle risaltare, evitando il famigerato “effetto gelateria”,
con l’aiuto provvidenziale di un cocktail di colori raffinati
– azzurro polvere, rosa shocking, verde lattuga –,
utilizzati per rivestire seggioline impero, letti a barcaccia,
divani capitonné bordati di frange.

Un grande talento, il suo,
tale da influenzare un plotone di adepti
come Albert Hadley, Mark Hampton e Billy Baldwin.

«L’eliminazione è uno dei segreti di un design di successo»,
affermava più di sessant’anni fa.

E, ancora oggi, le diamo pienamente ragione.


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